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Virginia Woolf non è solo una scrittrice e saggista prolifica, ma una vera amante della lettura, a cui dedica diverse speculazioni. How should one read a book è una di queste.


Per comprendere meglio la figura di Virginia editrice può essere utile soffermarsi su come la scrittrice intendesse l’attività della lettura. L’invito è quello ad un approccio alla letteratura personale, onnivoro, non gerarchico e il più possibile variegato: spaziare dalla poesia alla prosa, dalla saggistica al teatro, approcciare autori classici e contemporanei, connazionali e stranieri. Nel saggio How should one read a book? (apparso nell’ottobre 1926 sulla Yale review e in seguito (1932) inserito nella raccolta The second common reader) la scrittrice afferma, in parte provocatoriamente, che il più valido fra i consigli di lettura consista nel non accettare alcun consiglio, ma di costruire, seguendo l’istinto e l’affinità personale, una biblioteca personale ed eterogenea.

The only advice, indeed, that one person can give another about reading is to take no advice, to follow your own instincts, to use your own reason, to come to your own conclusions

Per quanto riguarda la prosa e la poesia, la Woolf esprime riserve sull’attività del critico e sulla possibilità di stabilire, ad esempio, la superiorità di Amleto rispetto a Re Lear. La possibilità di attribuire autonomamente valore ad un’opera piuttosto che a un’altra rientra infatti fra le libertà inviolabili del lettore.

L’attività del recensore, ben distinta da quella del critico, consiste secondo la Woolf nello smistare la produzione letteraria contemporanea, di pubblicizzare gli scrittori e di aggiornare il pubblico sulle nuove uscite. Oltre ad avere effetti deleteri sugli autori, spesso preda di vere e proprie nevrosi, questa figura direziona la scelta del pubblico e ne influenza il gusto, limitandone la libertà. Il lettore che la Woolf ha in mente, e a cui si riferisce nella maggior parte dei sui saggi sulla lettura, è il common reader, colui che legge per diletto e non per conoscenza, libero dalla zavorra del pregiudizio letterario e dell’erudizione. Questo tipo di lettore attua spesso percorsi disordinati e idiosincratici e non manca di indisporre critici e addetti ai lavori: infatti “egli ha una qualche voce in capitolo nella finale attribuzione della gloria ai poeti”(Introduzione a The common reader, 1925). Questo lettore si trova tuttavia a doversi destreggiare fra un’immensa produzione letteraria, di genere e provenienza disparata. Ciò che la Woolf auspica è che il lettore comune possa approcciarsi alla varietà delle esperienze di letture con disinteresse e curiosità, senza chiedere al libro una conferma dei pregiudizi o una riproposizione di un’abitudine di pensiero.

La materia cangiante e palpitante del romanzo è per la Woolf la vita stessa, catturata nella sua multiformità e nella simultaneità delle sue manifestazioni interiori ed esteriori. Conseguentemente l’approccio ad una materia simile deve essere disinteressato e aperto. La Woolf nutre fiducia nel contributo benefico che il Common reader può apportare al lavoro dello scrittore, liberandolo dal giogo di critici e recensori, e auspica che il gusto del semplice appassionato di letteratura possa contribuire sostanzialmente a delineare l’andamento futuro della letteratura.

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