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L’analisi di Kew Gardens mette in luce l’inscindibile connubio tra pittura e letteratura che trova espressione nell’oggetto libro, uscito per la Hogarth nel 1919.


Kew Gardens è un breve racconto ambientato negli omonimi giardini londinesi, in cui quattro coppie di visitatori passeggiano e interagiscono a due a due  e con la propria interiorità, facendosi suggestionare dai colori e dalle luci dei fiori dei giardini.

La descrizione che apre il racconto ci appare particolarmente interessante e suggestiva: Woolf descrive i fiori delle aiuole seguendo in libertà le forme degli steli, così come sbucano naturalmente dalla terra, fino ad allargarsi e quasi a trasformarsi nelle proprie corolle:

 From the oval-shaped flower-bed there rose perhaps a hundred stalks spreading into heart-shaped or tongue-shaped leaves half way up and unfurling at the tip red or blue or yellow petals marked with spots of colour raised upon the surface; and from the red, blue or yellow gloom of the throat emerged a straight bar, rough with gold dust and slightly clubbed at the end.

Dalla forma, la descrizione prosegue spostando l’attenzione alla luce, e all’accentuato colorismo che percorre tutto il brano; è presente, infatti, un’idea di movimento, quello della brezza che fa muovere i fiori e così la loro luce, che si sposta seguendo il ritmo e l’intensità della brezza; si tratta dello stesso movimento che fa muovere i visitatori nei giardini come farfalle svolazzanti. Qui i colori si mescolano fra loro, in un continuo combinarsi in giochi di luce, dalla terra bruna a tutta l’aria circostante:

The petals were voluminous enough to be stirred by the summer breeze, and when they moved, the red, blue and yellow lights passed one over the other, staining an inch of the brown earth beneath with a spot of the most intricate colour. The light fell either upon the smooth, grey back of a pebble, or, the shell of a snail with its brown, circular veins, or falling into a raindrop, it expanded with such intensity of red, blue and yellow the thin walls of water that one expected them to burst and disappear. Instead, the drop was left in a second silver grey once more, and the light now settled upon the flesh of a leaf, revealing the branching thread of fibre beneath the surface, and again it moved on and spread its illumination in the vast green spaces beneath the dome of the heart-shaped and tongue-shaped leaves. Then the breeze stirred rather more briskly overhead and the colour was flashed into the air above, into the eyes of the men and women who walk in Kew Gardens in July.

La sequenza è molto moderna: abbiamo una forte insistenza sul colorismo (rosso, azzurro e giallo, i colori primari che si mescolano intricandosi e creando giochi di luce), e una descrizione dinamica della luce, che si sposta tra tante forme, sempre combinandosi e mutando. I colori diventano infatti plastici, entità in movimento e in perenne trasformazione, che danno sostanza alle cose su cui si posano.

Il legame che lega pittura (specialmente impressionista e ancor di più post-impressionista) e letteratura nella sensibilità di Virginia è stato a lungo ribadito. Nel caso di Kew Gardens, tuttavia, il legame si fa concreto (diremmo “embodied”). Il libro, infatti, diventa il punto di intersezione fisico e materiale delle due dimensioni, quella letteraria e quella pittorica: non è un semplice supporto alla forma letteraria, ma un oggetto (artistico?) che diviene molto più della semplice messa sulla pagina del testo woolfiano.

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Kew Gardens, prima edizione (1919) in 150 esemplari.

 

I 150 esemplari usciti del 1919 recano infatti incisioni di Vanessa Bell, ma ad attrarre la nostra attenzione è specialmente la sovraccoperta (dust jacket), assai eloquente: nonostante il titolo rimandi ai giardini londinesi, non abbiamo alcuna rappresentazione di questi, né rappresentazioni di fiori, piante, o quant’altro. In un fondo rosso cupo, pennellate di magenta, azzurro e macchie circolari di giallo trasmettono ben più efficacemente i giochi di luce dei fiori.

Anche una recensione del Times Literary Supplement del 29 maggio 1919 colse questo aspetto, descrivendo il libro come “a thing of original and therefore strange beauty”.

Come dobbiamo dunque accostarci alla lettura di un racconto, già di per sé molto caratterizzato da tutti i tratti tipici della pittura post-impressionistica dell’epoca? Inscrivere il testo in questa veste editoriale rinsalda e magnifica pittura e letteratura. Potremmo quasi parlare di un modernista Ut pictura poesis.

Nel 1927, una nuova edizione (la terza) mescola ancora di più i due linguaggi:

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Incipit di Kew Gardens, tratto dalla terza edizione (1927).

 

Le decorazioni di Vanessa riescono quasi a straripare e debordare nel testo, mescolandosi alle lettere stampate; si rompe un ordine prestabilito, di netta compartimentazione tra parola e immagine. L’una non è didascalia dell’altra, né l’immagine semplice rappresentazione visiva del testo.

Come molti altri libri della Hogarth, questo manufatto artistico mette nelle mani del lettore un’opera doppiamente estetica: non per il mettere assieme pittura e letteratura, ma per ritenere quel legame come un dato, una certezza resa tale dal libro materiale.

 

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