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Virginia era pronta a percorrere a piedi mezza Londra per arrivare nella speciale bottega di qualche artigiano per acquistare esattamente quel tipo di carta che aveva in mente, e non si tirava indietro a sporcarsi le mani di inchiostro, intenta a posare un carattere vicino all’altro. L’intero processo tipografico (dalla composizione alla legatoria) richiedeva una forte artigianalità e abilità manuale; tuttavia, l’amatorialità e il dilettantismo dell’Hogarth Press la fanno allontanare non poco, specialmente nei primi anni di attività, da quelle realtà editoriali private di elevatissima cura tipografica e artigianale, dirette da eccelsi maestri: abbiamo in mente, ad esempio, la Kelmscott Press di Morris, l’Officina Bodoni di Mardersteig o la bottega Tallone, realtà in cui la maestria artigianale è già più che altro artistica.

Diversamente, la cura grafica e libraia non furono mai una priorità categorica per i Woolf: Two Stories (1917), la prima pubblicazione della casa, presentava diversi difetti di stampa: oltre a vari refusi (“Housse” per “House”), l’incisione posta in apertura della storia di Virginia (The mark on the wall) è nettamente inclinata verso destra.

 

3_two_stories

Incipit di The Mark on the Wall (1917)

 

Possiamo chiaramente considerarli errori di principianti; tuttavia, diversi anni dopo, nel 1930, i Woolf stamperanno a mano un nuovo saggio di Virginia, On being ill, e di nuovo rileviamo la stessa qualità amatoriale. Ricevendo una lettera di una non identificata signora che biasimava la povertà dell’edizione, Virginia rispose così il 10 dicembre 1930:

Gentile Signora,
[…] Convengo che il colore è diseguale, i caratteri non sempre chiari, la spaziatura poco curata, e la parola «campione» dovrebbe leggersi «compagno».
Tutto ciò che posso addurre a scusante è che lo stampare è un hobby perseguito nel seminterrato di una casa di Londra; che in quanto dilettanti ci è stata negata ogni istruzione in quest’arte; che quel che sappiamo lo abbiamo appreso per conto nostro; e che pratichiamo lo stampare negli intervalli di una vita diversamente impegnata.

Mentre scrive questa lettera, Virginia si sostiene, oltre che dai diritti dei propri libri, anche grazie ai ricavi della propria casa editrice. Resta forte, però, lo spirito originario con cui ella e Leonard avviarono la Hogarth: un divertimento e un passatempo, un hobby per dilettanti – che intrapresero cioè per puro diletto. Questo specialmente quando si trattava di stampare a mano.

Leonard più volte espresse la propria posizione sulla “poetica tipografica” che voleva condurre alla Hogarth, arrivando a dichiarare nella propria autobiografia (1967):

Non volevamo che la nostra diventasse una di quelle case editrici (a loro modo ammirevoli) “private” o semiprivate, il cui obiettivo è di produrre libri eleganti, fatti per essere guardati più che letti. […] Volevamo che i nostri libri fossero “belli” e avevamo idee precise e personali su che cosa volesse dire per un libro essere “bello”, ma né io né Virginia eravamo interessati alla bella stampa e alla bella legatura in quanto tali. Né ci piacevano le eccessive raffinatezze e i preziosismi, che troppo spesso la cultura lascia attecchire come una specie di erba infestante sull’arte e sulla letteratura.

La polemica che sottende il passo di Leonard è palesemente la stessa che Roger Fry e gli altri partecipanti agli Omega Workshop rivolgevano alla cultura vittoriana.
Ciò che emerge è un rinnovato concetto di bellezza, dovuto al cambiamento di gusto tra due epoche molte differenti tra loro; non semplicemente una si è sviluppata dall’altra, ma è stata frutto di una violenta cesura: quella della crisi di inizio secolo.
Se il “bello” vagheggiato dai vittoriani era grazioso e quello degli esteti-dandy raffinato e ricercato, anche il concetto di bellezza diviene moderno: non abbiamo più i voluminosi libri stampati a mano con caratteri incisi per l’occasione e decorati da preziosissime decorazioni, ma libretti stampati in caratteri semplici e leggibili come il Caslon Old Face, e confezionati in  vivaci fantasie post-improssioniste o nelle copertine realizzate da Vanessa.
Nella leggerezza, nella “spontaneità”, e in una ben più diretta connessione con il lettore risiedono forse le “idee precise e personali” che secondo Leonard e Virginia avrebbero reso bello un libro.

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