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Tra le pratiche editoriali in uso alla svolta del secolo, il fenomeno delle private presses è uno dei più estesi. Tra piccoli torchi domestici e case editrici d’arte, vediamo una panoramica del fenomeno.


Almeno per i primi anni di attività, la Hogarth Press può essere definita come una private press, espressione inglese che viene generalmente tradotta con il sintagma “stamperia privata“. Le caratteristiche distintive di una stamperia privata, secondo il Manuale enciclopedico della bibliofilia (Ed. Sylvestre Bonnard, 1997) sono:
-personale ridottissimo (una o pochissime persone), in cui ritorna l’originaria unità tra editore, grafico e stampatore;
-bassa tiratura delle edizioni;
-edizioni dallo stile unitario, realizzato con materiale pregiato e cura artigianale.

In area britannica si è soliti parlare di private presses riferendosi a un fenomeno culturale che raggiunse grande popolarità in età vittoriana, alla stregua di una moda: non era difficile, dopo una sontuosa cena, venire invitati nella stanzetta della residenza di una famiglia benestante, e intrattenersi nel nuovo passatempo di comporre paginette e stamparle.
Una piccola pressa da stampa rientrava sicuramente nei desideri di ogni buona famiglia colta britannica, che ritrovava un appagamento particolare nell’imprimere con carattere mobili i propri dolci bruttissimi versi. Allo stesso tempo, stampare era un hobby considerato conveniente anche alle figlie della borghesia colta e medio-alta.
Il mercato non restò certo sordo alla nuova moda, e il commercio di torchi di vari modelli e dimensioni fu proficuo.

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Volantino pubblicitario del torchio ‘Model’.

Non si tratta certo di un fenomeno nuovo: stamperie private sono tipiche dell’antico regime tipografico, e lungo il ‘600 e il ‘700 re e granduchi crearono le loro piccole stamperie private per diletto personale, come ad esempio la Granducale di Parma diretta da Bodoni; ricordiamo che anche  Vittorio Alfieri possedeva un torchio da stampa, che utilizzava per pubblicare da sé i propri sonetti.

Il fenomeno, tuttavia, fu particolarmente esteso proprio nell’Inghilterra vittoriana, e trova la sua motivazione principalmente quale reazione alla società industriale massificante. La novità della riscoperta delle private presses in età moderna è da ricondursi infatti al movimento artistico dell’Art & Crafts, nato in Inghilterra nell’ultimo trentennio dell’Ottocento: siamo dunque in piena seconda rivoluzione industriale. Trasporti, telecomunicazioni, medicina ricevettero una fortissima accelerazione nel loro sviluppo. Le critiche non mancarono, e furono sollevate specialmente dagli uomini di cultura. La spersonalizzazione dell’uomo a vantaggio della macchina, la perdita dell’aureola del poeta nella nuova società industriale, la città caotica e fagocitante sono alcuni dei temi più ricorrenti nelle poetiche di diversi artisti europei.

Lo stesso avvenne con l’editoria. L’industria moderna permetteva la produzione di migliaia di libri, intesi però come mero prodotto commerciale, che dovevano quindi rendere profitti a fronte della minor spesa. Una secolare tradizione davvero “materica” per il libro veniva spazzata via in favore del profitto.
Ecco, dunque, che schiere di artisti, illustratori, grafici, ma anche poeti e scrittori iniziarono a mettere mano nell’oggetto-libro, per ridargli la dignità di oggetto artistico e culturale che veniva loro strappata dal moderno sistema industriale, per riportarlo idealmente in una dimensione umana, soddisfacente tanto per l’intelletto che per il tatto.
Questo diverso esito della stessa reazione anti-industriale portò alla fondazione di stamperie raffinate, come la Kelmscott di William Morris.

⇒ Per saperne di più: Roderick Cave, The private press, New York , R.R. Bowker, 1983.

One thought on “Private presses: le stamperie private

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